Made in Tunisia: questi jeans sono acqua

↖ Ksibet El-Mediouni, Tunisia (2023). Scarti tessili sulla spiaggia di Ksibet El-Mediouni, nella regione di Monastir.
↑ Monastir, Tunisia (2021). Le operaie escono da una fabbrica tessile per la pausa pranzo, di appena mezz’ora.
© Arianna Poletti

↖ Ksibet El-Mediouni, Tunisia (2023). Un fiume d’acqua di scarto proveniente da un’industria vicino al porto sfocia direttamente nel mare.
↑ Ksibet El-Mediouni, Tunisia (2023). Fatma Ben Amor, 28 anni, ha imparato il significato dell’inquinamento tessile osservandolo il mare inquinato dalla sua finestra e ascoltando le storie dei suoi nonni, nati e cresciuti nella piccola cittadina operaia di Ksibet El Mediouni.
© Arianna Poletti

 

Quanto costa, realmente, un paio di jeans “made in Tunisia”? Le conseguenze della delocalizzazione globale del settore della moda non colpiscono solo paesi asiatici lontani, come Bangladesh o Cina, ma anche coste a poche decine di chilometri dall’Italia. In molte fabbriche tessili della Tunisia, migliaia di lavoratrici - per lo più donne - producono abiti per grandi marchi europei, spesso guadagnando meno del prezzo di un paio di jeans che realizzano.

Molte perdono il lavoro poco dopo i quarant’anni, perché considerate meno produttive. Quando si ammalano a causa di movimenti ripetitivi e dell’esposizione a sostanze chimiche e polveri, le operaie restano senza diritti sociali né accesso a pensione o sussidi di disoccupazione. Nel frattempo, i brand del lusso e del prêt-à-porter sfruttano strutture offshore per ridurre le proprie responsabilità sociali, fiscali ed ecologiche.

Come in una grande matrioska, una catena produttiva frammentata in più paesi diluisce le responsabilità delle aziende, affidando cucitura, tintura e confezionamento a società senza nome che affittano hangar o scantinati pur di abbassare i costi. Accanto allo sfruttamento della manodopera femminile emergono gravi impatti ecologici: i processi di tintura e stone washing consumano enormi quantità d’acqua e scaricano sostanze chimiche nel Mediterraneo, con gravi rischi per l’ecosistema, il settore ittico e la salute delle comunità.

 

↖ Monastir, Tunisia (2021). Dopo essere stata licenziata, Meryem si è unita alla cooperativa “Les mains solidaires”, per la quale produce panni per la pulizia in casa sua.
↑ Monastir, Tunisia (2021). Presso la sede del Forum Tunisino dei Diritti Economici e Sociali di Monastir, alcune operaie licenziate tengono un corso di cucito.
↓ Monastir, Tunisia (2021). Dopo anni di lavoro presso l’azienda tessile DemCo, Fouad ha aderito alla cooperativa “Les mains solidaires”, dove ora si occupa dell’imballaggio.
© Arianna Poletti

 

Il team

Arianna Poletti • giornalista, FADA Collective

 

Come è nata l’inchiesta

Quest’inchiesta nasce da questo lavoro di reportage pubblicato durante la pandemia da Covid-19 sulle operaie del settore tessile licenziate, come è accaduto allə lavoratorə di molti settori legati all’export, costrettə a fermarsi per mesi. A marzo 2020, la stampa locale annunciava con orgoglio che un centinaio di operaie si erano volontariamente chiuse nella loro fabbrica per produrre mascherine. Lontano dalle telecamere, però, il settore tessile tunisino stava implodendo.

Tre quarti delle unità produttive hanno infatti registrato un forte calo dell’attività durante la pandemia, causato principalmente dal crollo della domanda proveniente dal principale mercato del “made in Tunisia”: la vicina Europa. La chiusura dei negozi in Francia, Italia, Belgio e Germania ha avuto conseguenze dirette sulle lavoratrici tunisine. Da qui nasce la domanda che guida quest’inchiesta: quanto costa realmente un paio di jeans? Cosa si nasconde dietro la delocalizzazione dei marchi europei a sud del Mediterraneo?

Grazie ad anni di lavoro sul campo - Arianna Poletti ha lavorato come corrispondente in Tunisia dal 2019 al 2025 - e al contatto con la società civile nella regione di Monastir, dove si concentra gran parte della produzione tessile, l’inchiesta amplia il dibattito sul costo della delocalizzazione del settore della moda, mettendo in relazione sfruttamento e danni ecologici causati dalla produzione di jeans, che richiede grandi quantità d’acqua e l’uso di additivi chimici. Dal 2011, la società civile locale, e in particolare il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux, si batte contro i colossi del tessile.

 

↖ Ksibet El-Mediouni, Tunisia (2023). Il porto di Ksibet El-Mediouni non viene quasi più utilizzato dai pescatori a causa dell’assenza di pesce nell’area circostante.
↑ Monastir, Tunisia (2021). Il quartiere operaio della città, dove ogni mattina gli autobus delle aziende tessili caricano le operaie per portarle in fabbrica.
© Arianna Poletti

 

Dove si legge, guarda o ascolta

La Revue, novembre 2024

↗ Questi jeans sono acqua

 

 

 

 

 

 

Premi e riconoscimenti

 

Oltre la pubblicazione

Quest’inchiesta ha avuto un forte impatto a livello locale in Tunisia, dove sono arrivate diverse richieste di chiarimento da parte del patronato che rappresenta il settore tessile locale. La denuncia delle condizioni delle lavoratrici resta infatti un tabù nel Paese, nonostante gli incidenti si moltiplichino di anno in anno. L’inchiesta ha inoltre permesso di mettere in contatto diversə attorə della società civile, sia sulla sponda sud sia su quella nord del Mediterraneo, tra cui il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux, Avocats Sans Frontières e il collettivo francese Éthique sur l’Étiquette.

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